Tritacarne, intervista con Giulia Innocenzi

Tritacarne intervista con Giulia Innocenzi

Approda anche su Carneitaliana.itTritacarne“, l’ultimo libro di Giulia Innocenzi. Giornalista e conduttrice televisiva, classe 1984, tanta grinta, determinazione e preparazione, Giulia ha pubblicato da poco un libro destinato ad aprire con concretezza (più che con gif e post verità) il dibattito sul consumo di carne in Italia. Vegetariana convinta, l’abbiamo intervistata, curiosi di comprendere quanta strada possano fare assieme, nel profondo rispetto reciproco, animalisti, vegetariani e sostenitori del modello di allevamento grass fed. 14 domande a Giulia Innocenzi su Tritacarne, per voi. Buona lettura!

Come sta andando Tritacarne?

Benissimo, è uscito il 20 ottobre ed in poco più di un mese siamo già alla terza ristampa. Sono molto contenta del dibattito che si è innescato intorno al libro, mi fa piacere quando sono persone del settore a contattarmi per parlarne. Alcuni mi criticano ferocemente, altri, invece, per dirmi che stanno concretamente pensando a cambiare modello di riferimento per il proprio allevamento.

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Ad oggi assistiamo ad una vera guerra mediatica, tra i così detti “nazivegani” e amanti della carne. Dove si è innescata questa bomba?

Secondo me il dibattito c’è grazie ad internet che con molti video ha spalancato le porte degli allevamenti intensivi, che fino ad oggi erano rimaste chiuse per interesse dell’industria della carne.

Può essere corretto parlare di rispetto della libertà di pensiero quando si tratta di allevamento?

Se ci concentriamo sugli allevamenti intensivi no, nel senso che non rappresentano un modello di rispetto. Non esiste qui il rispetto per gli animali, è la totale negazione dell’animale. Spero che Tritacarne serva innanzitutto a chi lavora nell’industria, perché non credo che chi alleva i suoi animali in questo modo sia felice di ciò che fa. Credo siano soprattutto condizionati dal mercato che costringe con le sue regole a lavorare così. Spero che questo libro possa dare una mano a cambiare.

La tua è una battaglia contro gli allevamenti intensivi o contro gli allevamenti in generale?

In primo luogo direi contro l’allevamento intensivo. Sarebbe un risultato enorme riuscire a innescare un meccanismo virtuoso che porti a sostenere sempre più l’allevamento estensivo. Ognuno ha i suoi sogni, questo è il mio e non credo sia così irrealizzabile in Italia. Purtroppo sappiamo che in paesi come Cina ed India il consumo di carne è destinato ad aumentare vertiginosamente, perché si affrontino anche da loro queste problematiche dovremo forse aspettare un ciclo di consumo come quello che abbiamo avuto noi. Qui in Italia la sensibilità è maggiore, lo dimostra il fatto che ogni giorno ci siano circa 1600 vegetariani in più. Se rendiamo consapevole il consumo l’Italia potrebbe essere pioniera del cambiamento.

Alcuni disciplinari in Italia (penso ad esempio a quello della Cinta Senese) sono già rigidi. In questi casi mancano i controlli? Sono lacunosi?

No, semplicemente sono realtà di nicchia, che propongono costi molto più alti rispetto a quelli della carne a buon mercato. Inoltre sono poche realtà proprio perché il consumatore in genere non sa cosa compra, non può distinguere perché non esiste una etichetta parlante (per cui mi sto battendo), che dica cosa mangiano gli animali, come sono allevati. Il consumatore deve poter scegliere, fatto che potrebbe fare la differenza.

Giulia Innocenzi
Giulia Innocenzi foto by Lettera Donna
http://letteradonna.it/

Il tuo giudizio su Allevamento intensivo vs Allevamento Grass Fed

Se non ci fossero stati gli allevamenti intensivi probabilmente non sarei mai diventata vegetariana. La mia scelta poi è dipesa anche da altre riflessioni, tanto che ad oggi non mangerei carne di nessun tipo. Credo che l’allevamento grass fed sia l’unico modello che possiamo accettare e che dobbiamo incentivare (contro quello intensivo).

A chi dice che non è sostenibile vista la eccessiva richiesta di carne dal mercato vorrei solo ricordare che gli italiani mangiano all’anno 92 Kg di carne a testa, circa il triplo di ciò che prevede la dieta mediterranea. Diminuendo il consumo di carne sarà possibile mangiare la carne proveniente dai pascoli, costa di più, ma è anche più sostenibile a livello etico ed ambientale. Con l’allevamento intensivo, infatti, destiniamo un terzo dei raccolti agli animali allevati, risorse che potrebbero servire per l’uomo.

Come e quando sei diventata vegetariana? “Se niente importa”, il libro di Jonatan Safran Foer è stata la scintilla?

Sì, quella è stata la scintilla. Dopo non sono più riuscita a toccare il pollo, specie dopo aver letto della “zuppa di feci” (le carcasse di pollo passano in un enorme vascone d’acqua dove vengono refrigerate a migliaia contemporaneamente, l’acqua è soprannominata zuppa di feci per lo sporco e i batteri che vi navigano) , però successivamente, visto che parla degli allevamenti statunitensi, la seconda domanda che mi sono fatta è stata: come sono fatti gli allevamenti in Italia? E da lì sono partita con la mia indagine e ricerca.

Sono molti gli appellativi che ti hanno attaccato da “nuova Safran Foer italiana” a “criptocomunista” sostenitrice di bande che agiscono in nome degli animali. Tu come ti definisci?

Giornalista. Giornalista che ha deciso di mostrare cosa sia realmente in alcuni casi il “Made in Italy”, anche per quanto riguarda ciò che a oggi viene definita eccellenza. Mi piace anche andare a puntare il dito sui prodotti di cui ci vantiamo, appositamente per sapere a cosa realmente puntiamo. Inoltre sono orgogliosa di chiamarmi “animalista” in quanto persona che dà voce a chi non ce l’ha, in questo caso gli animali.

Nel dibattito si parla spesso di bambini malnutriti a causa di una dieta vegana, di madri incoscienti e simili. Secondo te è possibile una alimentazione vegana anche per i più piccoli?

Le più importanti istituzioni internazionali hanno già specificato come sia possibile crescere un bambino con una dieta vegana. Il problema in questo caso è la mancanza di competenze alimentari: un bambino con una dieta vegana ha bisogno di essere seguito da un pediatra che conosca bene l’alimentazione. E qui nasce un altro problema: la conoscenza della medicina in questo campo è limitata, i medici genericamente non studiano le scienze della nutrizione.

Cosa ne pensi di Giuseppe Cruciani e della sua battaglia contro i “nazivegani”?

Cruciani è molto bravo e riesce molto bene a far parlare di sé e a scatenare la polemica. Dal suo punto di vista fa bene, il gioco gli riesce molto bene, perché sa come far arrabbiare le persone coinvolte. Per me va benissimo, va tutto bene purchè se ne parli, la curiosità scatta ed è possibile fare approfondimenti come questo.

Ma allora può esistere il cibo di qualità a basso prezzo?

Si, e penso ad esempio ai legumi, alle verdure del contadino che vende direttamente al mercato, o ai cereali integrali. Esistono e purtroppo dobbiamo partire dall’ottica che è necessario spendere tempo per informarci. E questa è una rivoluzione perché ad oggi pensiamo che il cibo debba prendere poco tempo e poco spazio nel portafogli, quando invece dovremo dedicargliene di più.

Cosa ne pensi di Michael Pollan e della sua concezione di allevamento grass fed (il suo “Nirvana”)?

Ho letto Pollan, come ho letto quasi tutto ciò che è possibile rintracciare sull’argomento, prima di scrivere Tritacarne. La pecca che trovo in lui è che prende sottogamba i vegetariani e il pensiero collegato. Ad ogni modo, come scrivo anche nel libro, ci sono cose che non mi piacciono anche nell’allevamento estensivo. Ad esempio il vitello che viene separato dalla madre, il pulcino che viene “buttato via”, anche in questo caso si deve fare reddito: si parla di numeri ed è difficile parlare di mercato applicandone le regole  ad esseri viventi.

E gli allevatori coinvolti nel sisma del Centro Italia, da dove dovrebbero ripartire? La difficoltà e la disgrazia può essere anche una leva per incentivare meccanismi virtuosi?

Anche l’allevatore di Norcia, di cui avevamo parlato ad AnnoUno, con i maiali liberi di grufolare, con le loro codine arricciate e non tagliate come negli allevamenti intensivi, anche lui è stato coinvolto in questa catastrofe ed è in difficoltà. Sono aziende che devono riuscire a risollevarsi e puntare a portare il Made in Italy alla reale eccellenza, che in questo caso significa avere una scrofa libera di partorire dentro a un cespuglio, come in natura. Questo se vogliamo che i nostri siano davvero prodotti di qualità. Altrimenti non vedo più cosa ci differenzierebbe da Usa e Cina.

Ultima domanda: chi dovrebbe leggere Tritacarne?

Tutti i carnivori. Perchè prima di tutto chi mangia carne deve sapere come vengono allevati gli animali, in modo da poter scegliere consapevolmente. Insieme a loro mi piacerebbe lo leggessero i produttori perché capiscano che non possono più raccontare il modo di favola che si vede in pubblicità e che è necessario affrontare la verità, per cambiare.

One thought on “Tritacarne”

  1. Mah, sono stupito dall’equilibrio di questa donna. Forse comprerò il libro nonostante ritenga alcune argomentazioni vegane irragionevoli. Mi ha stupito anche lo spazio concesso ad un libro di questo genere su questo sito.
    Complimenti carneitaliana!!
    PiG.

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