Intervista con Giuliano Marchesin, dirigente di Unicarve

Abbiamo raggiunto Giuliano Marchesin di Unicarve (Associazione produttori carni bovine del Triveneto) per parlare con lui di allevamenti intensivi, carne grass fed ed etichettatura della carne. Undici domande che meritano una lettura attenta e che propongono una visione del mondo dell’allevamento dal suo interno.

Intervista a giuliano marchesin

Partiamo dall’allevamento intensivo, lo definisca, è tutto questo male?

Chi ha coniato il termine “allevamento intensivo” doveva attribuire una diversa definizione all’allevamento dei bovini da carne, ovvero, per quanto riguarda il nostro sistema, quello italiano, doveva definirlo “allevamento protetto”. Protetto da cosa? Dalle intemperie, dai parassiti, con l’acqua di abbeverata pulita e controllata, con l’alimentazione costante e controllata, con il clima estate/inverno, con il controllo giornaliero dello stato fisico del bovino, con la riduzione dell’uso dei farmaci per minori malattie, con il controllo e gestione delle deiezioni per la salvaguardia dell’ambiente. Questi sono solo alcuni dei parametri che dimostrano la qualità dell’allevamento stallino, rispetto allo stato brado.

In quali condizioni sono tenuti solitamente gli animali negli allevamenti intensivi?

Come già detto, sostituendo la parola “intensivi” con “protetti”, gli animali sono tenuti nelle migliori condizioni di benessere animale, anche sotto il profilo psicofisico: niente stress per la presenza dell’uomo, ad esempio, provi ad avvicinarsi ad un pascolo per vedere come si comportano i bovini, ti avvicini scappano, ti allontani ritornano, questo è stress, perché sono prede e non predatori. Nei box a lettiera, entri in stalla, ti guardano e continuano, sornioni, a ruminare o rimangono stesi, rilassati. I bovini non vanno né a sciare, né al mare né nelle città d’arte, la loro preoccupazione più grande è di nutrirsi e non essere attaccati da predatori. Provate a “chiederlo” ai bovini al pascolo in Lessinia (VR), quando qualche lupo passa da quelle parti…

Giuliano Marchesin Giuseppe Cruciani Aqualcunopiacecarne

E dell’allevamento grass fed cosa ne pensa?

Che è un sistema di allevamento, con problemi maggiori per i bovini, come ho già elencato e che, comunque, ha pure bisogno di un periodo di “Feedlot” (allevamento protetto), per consentire la sverminatura, un’alimentazione controllata ed uso di mangimi, per rendere gradevole la carne, come il consumatore la conosce ed apprezza.

È necessario ripensare qualcosa del mondo dell’allevamento in Italia?

Si, c’è la necessità di valorizzarlo dando un “nome alla carne prodotta in Italia” (marchio) per renderla facilmente riconoscibile ai consumatori, recuperare quote di mercato (importiamo quasi il 50% di carne estera), aumentarne il valore aggiunto per far guadagnare di più gli allevatori che, notoriamente, investono ogni centesimo che hanno a disposizione, per migliorare le loro strutture, con l’obiettivo di aumentare il benessere animale: un animale che sta bene, produce carne buona.

Tre aggettivi per descrivere il programma “Animali come noi” di Giulia Innocenzi

Fazioso, diseducativo, esibizionista.

Crede che campagne informative (da programmi a petizioni, passando per articoli) possano cambiare l’alimentazione degli italiani? E come sarebbe giusto cambiarla?

Credo che, ultimamente, i media italiani abbiano scoperto un nuovo filone, per fare audience, parlando di alimentazione ed allevamento, “sparando” a tutte le ore informazioni salutistiche o dietetiche, spesso “modello Wanna Marchi”, per dividere i consumatori e fare in modo che nei social si alimentino discussioni tra vegani, vegetariani, animalisti, ambientalisti e onnivori. C’è bisogno di equilibrare la disinformazione, soprattutto in Rai, con campagne educative sulla corretta alimentazione che, da secoli, vede l’uomo onnivoro. La dieta mediterranea, consacrata anche dall’Unesco nel 2010, è la mia risposta: mangiare di tutto nelle giuste dosi, aglio compreso, anche se fa l’alito pesante.

È vero che mangiamo troppa carne?

Riguardo la carne rossa, le rispondo con qualche dato: ne consumiamo mediamente circa 19 kg. in un anno. E’ noto che un consumo settimanale di “carne rossa, non lavorata” (come dice l’OMS – IARC) fino a 500 grammi, non costituisce un pericolo per la salute. Quindi, 19 Kg. di carne rossa pro-capite, diviso 52 settimane, uguale a 365 grammi/settimana pro-capite. Abbiamo spazio per mangiarne altri 135 grammi alla settimana…..

Lei che carne mangia di solito? Di quale provenienza?

Io e mia moglie, di solito, facciamo la spesa, assieme, il sabato e compriamo la carne in un vicino supermercato. La scelta ricade sui tagli tradizionali ed anche quelli più “poveri”, a seconda di ciò che lei cucina, leggendo attentamente l’etichetta ed acquistando, o carne di bovino “4i” (nato, allevato, macellato, sezionato in Italia), oppure, carne di bovino allevato in Italia che, nella maggioranza dei casi, è nato in Francia, quindi, in etichetta, allevato Francia/Italia.

Il suo piatto di carne preferito?

Lo spezzatino, con patate in umido, con abbondante peperoncino piccante.

È d’accordo nel promuovere una etichetta “parlante” che riesca a informare il cliente sulla provenienza dell’animale, compreso il tipo di allevamento?

Tutto ciò che può dare informazioni veritiere e di facile comprensione al consumatore, sul prodotto che acquista, sono assolutamente utili e vanno incoraggiate, compresa l’etichetta “parlante”. Tenuto conto che oggi l’85% di consumatori possiede uno Smartphone, in grado di leggere QRCODE, che possono dare qualsiasi tipo di informazione, l’etichetta “parlante” è già una realtà. L’Europa, la Commissione europea, però, sta andando, purtroppo, in altre direzioni, considerato che ha tentato di abolire l’etichettatura facoltativa delle carni bovine, non riuscendoci, grazie alla opposizione dei nostri allevatori e, altra “porcata”, con il Regolamento 1169/2011, ha inserito l’obbligo dei dati nutrizionali, che pochi leggono o sanno leggere, ma tolto l’obbligo di scrivere lo stabilimento di produzione, ovvero, l’elogio all’anonimato del prodotto. Pura follia che qualcuno sta cercando, tardi, di rimediare.

Cosa ne pensa di Carneitaliana.it e della sua mission?

Tutto ciò che valorizza la produzione ed il consumo di carne è da me ben considerato, visto il lavoro che faccio. Tenuto conto che di quel 50% di carne che produciamo, il 98% è ottenuta da ristalli francesi e di altri Paesi europei, mi piacerebbe che Carneitaliana.it diventasse Carneprodottainitalia.it In ogni caso, un forte in “bocca al lupo” a Carneitaliana.it, per una crescita rapida, che potrà fare solo del bene al nostro sistema di allevamento, aiutando anche ad aumentare la produzione targata Italia (in particolare le razze autoctone Chianina, Marchigiana, Romagnola, Piemontese) e che, spero, veda coinvolti anche gli allevatori di vacche da latte italiani, unico sistema in grado di farci ridurre i ristalli dalla Francia ed aumentare quelli nostrani, possibilmente usando seme di tori da carne.

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