A qualcuno piace carne, la parola al moderatore, Pierluca Birindelli

Pierluca BirindelliDal concetto d’arte all’attitudine artistica intrinseca al cibo, dal guerreggiare tra parti e dividersi tra “noi” e “voi” al dibattito costruttivo, al parlare. Un intervento che ci piace perché mette al centro la parola, il confronto, abbandonando i totem. Buona lettura.

Il sociologo statunitense Howard Becker ha coniato l’espressione Art World: la rete di individui la cui collaborazione, organizzata grazie alla condivisione di metodi convenzionali di fare le cose, produce quel genere di opere artistiche che dà il nome al mondo dell’arte stesso. Questo approccio sistemico, apparentemente banale, ha delle conseguenze interessanti così riassumibili: “A work of art is what people say it is”. Ovviamente stiamo parlando di persone e istituzioni che hanno la capacità di orientare l’opinione sul valore estetico di un’opera d’arte. Lo stesso vale per il gusto e il consumo alimentare.

I mondi e mercati dell’arte seguono regole opache ed evanescenti, spesso legate alle preferenze e alle idiosincrasie di pochi. Questi opinion leader orientano il gusto, definiscono ciò che vale in termini estetici, quindi anche in termini monetari. Questo modello top down resisterà nel tempo, ma da molti anni mostra i suoi limiti, soprattutto in termini finanziari.  Questa sorta di oligopolio conduce a un uso limitatissimo delle potenzialità del mercato dell’arte.

Per quanto riguarda il campo dell’alimentazione il discorso, ovviamente declinato in maniera diversa, non cambia molto. Anche in questo senso si tratta di orientare o ri-orientare, le pratiche di consumo e, seguendo ora il contributo del filosofo e sociologo francese Pierre Bourdieu, di “distinzione”. Consumare un prodotto rafforza il senso di identità delle persone. Pensiamo alla cultura dei vegetariani, dei vegani; ma anche alle diete con il chiaro collegamento ad un’idea estetica della bellezza del corpo. Se i criteri scientifici per definire cos’è un’opera d’arte sono opachi, nel campo della nutrizione la “scientificità” entra in gioco in maniera forte e pervasiva. Nutrizione significa salute, significa farmaci o estratti erboristici, significa wellness. Tuttavia il criterio scientifico viene spesso piegato in un senso o nell’altro, e spesso dopo poco tempo viene soppiantato da altri criteri che si basano su nuove scoperte scientifiche.

Alcuni anni fa fui messo a dieta e mi dissero che l’uovo era un veleno. Ora mi dicono che un uovo al giorno fa bene al colesterolo.

Anche nel campo della scienza si consumano conflitti per il potere e il mercato. E talvolta la “scientificità” diviene il mezzo per lanciare un prodotto, e in alcuni casi una vera e propria tendenza di lungo periodo.

Ora, operando una semplice astrazione, si individuano i meccanismi condivisi che regolano il campo dell’arte come quello della nutrizione. Uno dei criteri regolativi è costituito da un opaco connubio tra scienza ed estetica. In questo campo comune si gioca una battaglia di mercato, creando tendenze, mode e quindi ricchezza.

Maccannel il turista libro copertinaLe pratiche di distinzione si snodano tra ciò che ha valore (estetico e scientifico), e ciò che non lo ha, che è quindi falso, edulcorato. Si pensi alla distinzione strategica nell’industria del turismo tra viaggiatore e turista. L’obiettivo dichiarato è vendere a un turista l’esperienza autentica – MacCannel la chiama “Staged Authenticity” – sia essa cibo o arte, e farlo sentire un viaggiatore, un connaisseur: una persona che per l’appunto ha conoscenza, esperienza e gusto in un particolare campo. Nel mondo globalizzato tutto questo spesso si traduce nel sentirsi più cosmopoliti e meno provinciali.

I meccanismi che regolano le pratiche di distinzione generano ricchezza. I criteri chiave della distinzione sono culturali, quindi costruiti (coltivati) e dalla forte valenza simbolica.

CarneItaliana si muove all’interno di un campo di esperienza culturale. E, fra le altre iniziative, si prefigge di realizzare in un futuro prossimo un centro studi sul mercato culturale, sull’identità e sul cibo. Questo conferisce “largo respiro” al progetto complessivo, grazie al monitoraggio  delle tendenze culturali in Italia, in Europa e nel mondo.

Il centro studi, con assoluto rigore scientifico, produrrà conoscenza. La buona conoscenza promuove buone scelte individuali (o quantomeno più consapevoli) e buona intrapresa economica per chi è desideroso di farla. Ma la conoscenza non si può limitare alla raccolta dei dati. Di data, e Big Data, ce n’e’ anche troppa. Mancano le interpretazioni dei dati. Io darò una mano a in questo senso al progetto CarneItaliana.

Per un approccio critico alla produzione e al consumo di carne, come per comprendere la cultura vegetariana o vegana, è necessario estendere lo sguardo e interrogarsi sul tema delle identità individuali e collettive.

I temi della produzione e del consumo di carne possono essere analizzati sotto una pluralità di punti di vista. Oltre alle pratiche di consumo e di distinzione sopracitate possiamo muoverci in altre direzioni. Possiamo ad esempio prendere in considerazione il punto di vista di Zygmunt Bauman, lo studioso di origine polacca recentemente deceduto.Zygmunt Bauman

Bauman ci invita ad osservare quanto la società del consumo favorisca la disgregazione dei gruppi. Egli vede il consumo, anche in compagnia, come un’attività solitaria – addirittura lo considera l’archetipo della solitudine. La società del consumo disgrega legami tradizionali e promuove legami effimeri, legati all’atto del consumo.

Se si legge con attenzione Bauman, scopriamo l’importanza che egli conferisce all’aspetto produttivo del consumo. La cifra distintiva del focolare domestico, rappresentato dalla famiglia che si siede a tavola, non è, per intendersi, mangiare e via. E nemmeno lo sciorinare con fare affettato conoscenze sul vino etc. La tavola imbandita costituisce la fase finale, distributiva, di un processo produttivo che ha inizio nella cucina, o addirittura nella bottega o nell’appezzamento familiare: “Ciò che univa il gruppo familiare era la collaborazione in un unico processo produttivo, non il godimento dei suoi frutti” (Bauman 2007, 49).

Questo modello potrebbe essere irripetibile, o costituire una pratica per pochi. Tuttavia possiamo immaginare altre pratiche di produzione-consumo che possano costituire legami e trascendano il momento del mero consumo. Conoscere ciò di cui ci si nutre, la sua provenienza e la storia di chi lo alleva e ce lo consegna potrebbe essere una strada percorribile.

La formazione di culture, come quella vegetariana e vegana, ma anche la potenziale cultura “carne grass-fed” potrebbero costituire modi muovi per stringere legami e solidarietà che vanno al di là del consumo di un buon piatto.

Bauman ci dice che fast food e TV Dinners rendono obsoleti i pasti familiari, e che indicano simbolicamente l’irrilevanza dei legami umani nella società dei consumatori della modernità liquida. Tuttavia, se l’immagine del focolare tradizionale pare svanire o essere fortemente compromessa, nulla ci vieta di immaginare nuovi focolari. Anzi.

Certo, unirsi attorno al proprio totem e disprezzare quello di altri, non pare la strada migliore.

Ma parlare aiuta. L’11 Febbraio faremo questo. Parleremo.

 Bauman, Zygmunt (2007) Homo Consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusiGardolo (TN): Erikson

Becker, H.S. (1982). Art worlds. University of California Press.

Bourdieu, P. (1984). Distinction: A social critique of the judgement of taste. Harvard University Press.

MacCannell, D. (1973). Staged authenticity: Arrangements of social space in tourist settings. American journal of Sociology, 589-603.

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